mercoledì 18 aprile 2018

Il mito del Risorgimento

Alcune brevi considerazioni sui “miti” del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, visti attraverso gli occhi disincantati di un eccellente storico-saggista come Giordano Bruno Guerri (dal libro “Il sangue del Sud”). Lumen  


<< Ciò che accadde nel 1861 realizzava il sogno secolare di poeti, politici e intellettuali. L'Italia «una d'arme, di lingua, d'altare, di memorie, di sangue e di cor», invocata da Alessandro Manzoni, non era più un'astrazione. (…)
 
Realizzata dalla classe dirigente piemontese grazie soprattutto all'abilità diplomatica di Cavour e al temperamento incendiario di Garibaldi, l'Unità integrava davvero identità, culture, tradizioni, persino lingue diverse? Oppure si raggiungeva soltanto l'unità politica?
 
«Si è fatta l'Italia, ma non si fanno gli Italiani», recitava la celebre sentenza di Massimo d'Azeglio, con retorica sufficiente a velare un'intenzione che non c'era - almeno non in tutta la classe dirigente - e non ci sarebbe stata. (…)
 
[Si tratta] di una classe dirigente a cui dobbiamo riconoscere i meriti storici di avere realizzato un processo unitario non più rinviabile. Allo stesso tempo, i padri della patria devono essere giudicati anche sui piedistalli dove, intangibili, li ha collocati la retorica di un Risorgimento popolato solo da piccole vedette lombarde, tamburini sardi e giganti del patriottismo. (…)
 
Il primo guasto del Risorgimento nasce dal distacco tra la classe dirigente e quello che oggi chiameremmo il «paese reale», ovvero il popolo. La moltitudine degli italiani era indifferente all'Italia e chiedeva soltanto un'esistenza più umana. Le esigenze, le aspirazioni dei poveri e quelle degli idealisti non avevano niente in comune.
 
I moti della prima metà dell'Ottocento non furono - a differenza di quelli francesi - il frutto dell'incontro di un'élite con il popolo. La gente chiedeva pane, mentre gli intellettuali volevano la Costituzione, ritenuta un balsamo per ogni male. Invece occorreva prima risolvere il problema del «popolo italiano».
 
Era l'idea fissa di Giuseppe Mazzini, che proprio per questo, a cose fatte, sarebbe diventato l'«apostolo» del Risorgimento. I tentativi precedenti erano falliti – Mazzini era categorico - per colpa delle aristocrazie intellettuali, che non avevano coinvolto gli italiani, aspettando dall'estero il segnale della rivolta. La rivoluzione doveva invece nascere dal popolo, agognato protagonista della storia nazionale.
 
Mazzini, inoltre, opponeva la soluzione di un unico Stato, dalle Alpi alla Sicilia, al federalismo di Melchiorre Gioia e di Carlo Cattaneo, che tenevano conto della storica divisione degli italiani.
 
Gli intellettuali erano pronti a battersi per l'indipendenza e l'unità, senza capire che, al Nord come al Sud, l'unico elemento comune era la povertà. Sul popolo non si poteva contare finché non si fosse affrontato il nodo della miseria e dell'arretratezza. Per dirla con un'espressione oggi abusata, ci si doveva occupare della «questione sociale».
 
Neppure i più progressisti, rivoluzionari e repubblicani, vollero accorgersi che il popolo era affamato. Mazzini, per esempio, viveva all'estero grazie alla filantropica cortesia di aristocratici e mecenati, per lui era facile parlare del popolo: lo conosceva pochissimo e conosceva ancora meno i suoi problemi.
 
Proprio Mazzini commetteva un errore forse più grave illudendosi che la «questione sociale» si sarebbe risolta, presto e bene, una volta liquidata la «questione nazionale». La nazione non era, come gli sembrava, un rimedio miracoloso che avrebbe reso più sopportabili sofferenze e privazioni.
 
Un altro motivo, non meno importante, gli impedì di conquistare consensi e risultati: la sua visione laica dello Stato, la sua aperta opposizione al potere temporale del papa.
 
Per la maggior parte degli italiani era un tabù: potevano immaginare un'Italia libera dagli stranieri, potevano spingersi anche a pensarla unita, ma non avrebbero mai potuto immaginarla orfana del potere del papa.
 
Era un'idea che ripugnava al popolo, alla sua psicologia e al suo narcisismo: perché, nel bene come nel male, la presenza sulla Penisola del papa - e del suo potere - aveva sempre reso gli italiani diversi dagli altri, unici nel mondo intero.
 
Dopo i primi eccessi antireligiosi, la Rivoluzione francese aveva posto le basi dei moderni rapporti fra Stato e Chiesa, ovvero la libertà di culto. In Francia e nei Paesi conquistati furono però presi pure provvedimenti radicali, come la possibilità per i sacerdoti di sposarsi, la nazionalizzazione dei beni ecclesiastici, il divorzio e il diritto di scelta, da parte dei fedeli, di parroci e vescovi.

La Chiesa rigettò in blocco le novità, sostenuta dalla maggioranza degli italiani: l'unica speranza del popolo era il premio che avrebbe avuto dopo la morte.

Quando, nel 1796, il ministro degli Esteri francese chiese ai suoi inviati nella Penisola un parere sulla possibilità di creare una repubblica italiana, gli venne risposto unanimemente che «gli italiani non erano maturi per la libertà, perché corrotti dalla superstizione religiosa e dalla servitù politica». >>

 GIORDANO BRUNO GUERRI

mercoledì 11 aprile 2018

I giganti della fede - Madre Teresa di Calcutta

Questo post è dedicato ad una delle icone del cristianesimo contemporaneo, ovvero la famosissima Madre Teresa di Calcutta, sulla quale Christopher Hitchens ha scritto un pamphlet fortemente critico, dal titolo “La posizione della missionaria - Teoria e pratica di Madre Teresa”.
La prima parte è costituita dalla recensione del libro pubblicata dal sito UAAR; la seconda, invece, riporta le argomentazioni di Hitchens in risposta ad una delle tante critiche ricevute (quella del critico Simon Leys). LUMEN 


La recensione del libro 

<< Un libro di forte impatto, un testo scomodo su uno dei personaggi di culto del pantheon cattolico dei nostri giorni. L’immagine della missionaria ne esce a pezzi: Christopher Hitchens, saggista di successo e giornalista per alcune importanti riviste statunitensi, ha scritto questo agile pamphlet dopo aver curato, sullo stesso argomento, un documentario per Channel Four (che mai vedremo in Italia). 

Pagine provocatorie fin dal titolo, che gettano una luce sinistra sulla venerata missionaria, dipinta come una fanatica di scarsa intelligenza. A riprova, racconta l’aneddoto di quando le posero la domanda «cosa avrebbe scelto, fra Galileo e l’Inquisizione ?»: la missionaria ebbe modo di scegliere, senza esitazione, la seconda opzione.

Il suo integralismo la portò a comportamenti che denotano una ben scarsa umanità: dalla convinzione che la sofferenza dei poveri sia di grande aiuto per il mondo, al battesimo praticato in punto di morte a inermi induisti e musulmani, agli standard di assoluta inefficienza dei suoi ospedali (anche se poi, per i propri malanni, si faceva curare in costose cliniche occidentali).

Il testo si sofferma anche sulle fortune economiche dell’Ordine religioso creato da madre Teresa, tanto elevate e ben celate da non permetterne, in pratica, una quantificazione sicura.

Sicuro è invece il suo comportamento sfacciato nella causa contro Charles Keating, reo di aver imbrogliato migliaia di risparmiatori USA. Ebbene, madre Teresa non si fece alcuno scrupolo di scrivere al giudice una lettera in sua difesa, solo perché il truffatore le aveva donato più di un milione di dollari, non suoi, ovvio ! Quanto alle opinioni politiche, il libro cita le diverse occasioni in cui la religiosa ha esplicitamente appoggiato dittatori sanguinari come Duvalier o Hoxha.

Un libro “pericoloso” quindi, specialmente se pubblicato in una società aprioristicamente genuflessa come la nostra. Un libro da far sparire, conseguentemente, come ben dimostra la sua vicenda italiana.

Il 3 novembre del 1999 il settimanale Diario della settimana recensì il libro di Hitchens, lamentandone l’improbabilità di una diffusione in Italia. Poco dopo un lettore scrisse alla rivista informando dell’esistenza (dal 1997) della traduzione italiana del libro, che peraltro risultava introvabile.

Il successivo 1° dicembre, l’editore Minimum Fax inviò a propria volta una lettera, della quale si riporta un passo eloquente: «…in realtà il libro non è esaurito né fuori catalogo […] madre Teresa ebbe il cattivo gusto di passare a miglior vita proprio mentre il libro usciva e così le librerie si riempirono immediatamente di testi agiografici sulla “Santa dei poveri” mentre il papa ne proponeva una beatificazione in tempi record. Il nostro volumetto, scalzato da tanta mole di santità a cui dava un po’ fastidio, venne subito sfrattato per tornare prima del tempo, in forma di ‘reso’, alla casa madre». >>

SERGIO D’AFFLITTO


La difesa dell’autore

<< Nel mio libro fornisco la prova che Madre Teresa consolava e sosteneva i ricchi ed i potenti, permettendo loro ogni sorta di lassismo, mentre predicava l'obbedienza e la rassegnazione ai poveri.

In un classico esempio recente di ciò che intendo, [Madre Teresa] ha detto al giornale Ladies' Home Journal dell'aprile 1996 che la sua nuova amica Principessa Diana sarebbe stata molto meglio una volta liberatasi dal suo matrimonio. Disse questo dopo aver appena finito di consigliare agli elettori irlandesi di votare "No" in un referendum nazionale sul diritto al divorzio e al nuovo matrimonio civile. [...]

Prove e argomentazioni di questo tipo, come vedo, non fanno differenza per persone come Mr Leys.[...]

Su altri miei punti correlati — che Madre Teresa non si sia per nulla impegnata a fornire il soccorso medico o sociale richiesto dai suoi benefattori, convogliando invece i loro fondi a costruire chiese e conventi, e che la sua missione sia unicamente religiosa e propagandistica, con l'aggiunta di battesimi surrettizi ai non credenti - ho notato che Mr Leys non controbatte seriamente. [...]

La carriera pubblica di Madre Teresa è stata quasi immune da scrutini o critiche, con grande tripudio dei rispettivi agiografi, cosa che ho enfatizzato sin dall'inizio. Rappresentarla come una donna insozzata dallo ‘sputo’ [dei giornalisti critici] per i suoi atti o credenze è - per impiegare una volta tanto il termine in maniera rigorosa - veramente incredibile. 

Tuttavia si accorda con l'autocommiserazione dei cristiani che dobbiamo sopportare da tante parti in questi giorni. Altre fedi stanno mettendosi in fila con loro, per affermare che ogni critica è abusiva, blasfema e diffamatoria per definizione. [...]

Infine, faccio notare che [Leys] descrive il titolo del mio libro come "osceno" e lamenta che attacca una persona che è "anziana". Mi potrebbe gentilmente dire dove si trova l'oscenità ? Inoltre, dato che ho criticato Madre Teresa sin da quando era di mezza età (e ho denunciato pubblicamente il senile Khomeini nel suo rimbambimento omicida), mi potrebbe consigliare i limiti d'età in cui i fedeli possano considerare ammissibile la critica laica ? >>

CHRISTOPHER HITCHENS 


(LINK=https://www.uaar.it/libri/posizione-della-missionaria/)

mercoledì 4 aprile 2018

Il genio di Darwin – 3

(Dal libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” – Terza parte. Lumen)
 

<< Con queste premesse, non desta meraviglia che dal nocciolo originario della proposta darwiniana sia nata una vera e propria scienza, che si è sviluppata e perfezionata nel corso del tempo, attraverso una serie di tappe.
 
La prima di queste risale agli inizi del Novecento. Si riscopre la grandiosa opera di Mendel e si gettano le fondamenta della nuova scienza della genetica.
 
Si comincia a parlare di geni e di mutazioni e si tenta di inserire queste nuove nozioni all'interno della proposta darwiniana, con grandi successi, ma anche con alcune difficoltà. Rimane per esempio ancora irrisolto il problema della nascita di organi complessi come l'occhio o dell'origine, più o meno repentina, delle grandi suddivisioni tassonomiche.
 
La questione della discontinuità e dei grandi cambiamenti fu uno degli argomenti principali a interessare i riscopritori della genetica all'inizio del Novecento. Ci fu chi introdusse per esempio il concetto di super-mutazione, un'ipotetica mutazione particolarmente ricca di conseguenze, poiché sembrava impossibile o improbabile che si procedesse sempre attraverso piccoli cambiamenti, ma si trattava di una teoria troppo speculativa che non ha retto alla prova del tempo.
 
Nello stesso periodo accadono però due fenomeni fondamentali per la vicenda che stiamo raccontando: da un lato si assiste al fiorire rigoglioso di ampi studi naturalistici sul campo, dall'altro alla nascita della biologia matematica, e in particolare della cosiddetta genetica delle popolazioni, a opera di grandi autori come Ronald Fisher e John Haldane in Inghilterra e Sewall Wright negli Stati Uniti.
 
La matematica dell'evoluzione e la genetica delle popolazioni richiederebbero un capitolo a parte.
 
Non è questa la sede per tale approfondimento, ma possiamo dire che è con l'affermarsi, negli anni Venti e Trenta del Novecento, di questa disciplina che nasce, finalmente, un evoluzionismo scientifico e verificabile sul campo: si postulano ipotesi precise, si segue in dettaglio l'evolversi di determinate popolazioni, si calcola la fitness dei diversi gruppi di individui e l'azione della selezione naturale attraverso un coefficiente numerico, per giungere infine a una conclusione.
 
La proposta darwiniana dell'evoluzione diventa quindi una teoria scientifica a tutti gli effetti.
 
Gli esempi di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente potrebbero tranquillamente essere riproposti da un punto di vista matematico, ipotizzando in questo caso la fitness dei nostri immaginari erbivori di dimensione media o di taglia più piccola in un determinato ambiente, e osservando come questo coefficiente potrebbe variare con il passare del tempo o con il mutare delle condizioni ambientali.
 
Nel caso poi di fenomeni reali molto studiati come la falcemia o la talassemia, si conosce con grande precisione il coefficiente di selezione degli individui normali, dei falcemici omozigoti e degli eterozigoti.
 
Tutto questo fervore teorico e pratico crea, dunque, intorno agli anni Trenta e Quaranta del Novecento, i presupposti per lo sviluppo di un nuovo darwinismo, che prende il nome non felicissimo di “sintesi moderna”.
 
Allo sviluppo di questa danno il loro contributo grandi naturalisti come il genetista Theodosius Dobzhansky (cui si deve la celebre frase: «Niente ha senso in biologia se non nella luce dell'evoluzionismo»), il botanico Ledyard Stebbins e gli zoologi Geoge Gaylord Simpson ed Ernst Mayr.
 
Si giunge così alla vigilia dell'avvento del DNA e della biologia molecolare con una versione aggiornata, arricchita e «quasi» perfetta della proposta darwiniana. (È curioso notare come l'uomo creda sempre di aver raggiunto la perfezione nelle teorie scientifiche più diverse, salvo accorgersi, solo qualche tempo dopo, di essersi sbagliato, o almeno di aver corso troppo.) 

Questa versione aggiornata convinse all'epoca moltissime persone in tutto il mondo che la teoria di Darwin, unita alla genetica e in particolare a quella applicata alle popolazioni, fosse una scienza ormai matura e quasi definitiva, anche se permanevano parecchi interrogativi. >>

EDOARDO BONCINELLI
 

 (continua)

mercoledì 28 marzo 2018

A proposito di razzismo e xenofobia

Le disincantate considerazioni di Gianni Pardo su due aspetti spiacevoli ma ineliminabili della natura umana, quali il razzismo e la xenofobia, e sulla pericolosa stupidità di chi vorrebbe ignorarli. Lumen  


<< Fra le pulsioni ineliminabili della natura umana possiamo mettere la guerra, che infatti è sempre esistita e non coincide con la semplice “violenza”. Gli animali combattono per le femmine o per il territorio, ma non si associano in grandi gruppi per combattere contro altri gruppi di congeneri. La violenza è individuale, la conoscono moltissimi esseri, la guerra è un “noi” contro “loro” ed appartiene ad alcune specie soltanto. Per esempio le formiche.
 
Che cosa determini il “noi” e il “loro” ha un’importanza limitata. Può trattarsi del colore della pelle, della lingua che si parla, della religione che si pratica o del territorio di appartenenza: tutto è sufficiente a far scattare una guerra. Basta che ci siano interessi in conflitto, o perfino semplici pregiudizi, tali da operare una distinzione e renderla aggressiva.
 
In questo quadro il razzismo si configura come una guerra a basso potenziale, spesso ma non sempre incruenta. E, come la guerra, si nutre del sentimento di “noi” e “loro”, quale che sia il discrimine.
 
Nella cultura occidentale il razzismo fa pensare al disprezzo che l’uomo bianco nutre per l’uomo di colore, ma questo è soltanto un fatto contingente. I greci chiamavano barbari quelli che non parlavano greco. Per i romani il colore della pelle funzionava al contrario e avranno sentito disprezzo per i pallidi e biondi germani, perché rispetto a loro essi erano i barbari. I cinesi e i giapponesi disprezzavano ampiamente i non cinesi e i non giapponesi, inclusi ovviamente gli occidentali.
 
Un fondamentale motivo di distinzione dei gruppi è il livello di civiltà. Non sarebbe stato possibile che i coloni di lingua inglese non giudicassero inferiori gli aborigeni australiani; questi erano ancora all’età della pietra (come del resto i pellerossa americani) mentre loro venivano da uno degli Stati più moderni del mondo.
 
Prima di giudicarlo male, bisogna riconoscere che il razzismo è un fenomeno naturale. Il razzista non è un mostro, e a volte il suo atteggiamento è conseguenza della generalizzazione di precedenti esperienze.
 
Avevo una ventina d’anni quando sentii raccontare che all’Ostello della Gioventù di Monaco di Baviera gli italiani erano ospitati esclusivamente ed obbligatoriamente all’ultimo piano, perché avevano la fama di fare baccano e di disturbare gli altri ospiti. Non so se fosse vero. Se lo era, non sarebbero stati i dirigenti ad essere razzisti, sarebbero stati gli italiani ad essere maleducati. Se invece non era vero, e quella limitazione era stabilita sulla base di un pregiudizio, quei bavaresi erano razzisti nel senso peggiore. Quello stupido.
 
Purtroppo ciò avviene spesso. Il razzismo inammissibile è quello che si nutre di pregiudizi privi di giustificazione, come nel caso dell’antisemitismo. Ed è anche il caso dell’ostilità contro i “coloured” quando essi – come a New York – sono perfettamente integrati. Dove invece c’è una base reale, il fenomeno inevitabilmente risorge. Negli Anni Cinquanta i torinesi consideravano i meridionali più o meno come i sudisti americani consideravano i negri.
 
Il razzismo, anche totalmente ingiustificato, nasce pressoché inevitabilmente quando all’interno di un grande gruppo si forma un gruppo minoritario di una certa consistenza. Qualcuno dice l’8%. Basta che fra i due gruppi esista una differenza di religione, oppure di pelle, di costumi, di lingua (si pensi ai valloni e ai fiamminghi, che pure giuridicamente sono tutti belgi) e ciò basta perché nasca tra loro l’ostilità. “Noi” contro “loro”.
 
Dal momento che il fatto è naturale, la cosa migliore è evitare che il gruppo minoritario divenga tanto grande da acquistare visibilità e far nascere l’attrito sociale. Se mezzo milione di angeli volesse venire a stabilirsi a Roma, bisognerebbe dire: “No grazie”. Perché gli angeli, per il semplice fatto di avere usi e costumi diversi dagli altri, sarebbero “loro” e diverrebbero un problema. 

Tutto ciò costituisce un valido motivo per limitare l’immigrazione in Italia. Non per un giudizio negativo sui nuovi arrivati, semplicemente perché gli italiani li sentono come “loro”, in particolare gli “inassimilabili”. Per non dire che gli stessi immigrati si sentono diversi. >>
 

<< Il razzismo ha ben poco a che vedere con la razza. Basti vedere che se ne parla a proposito degli ebrei e gli ebrei non sono una razza. Sarebbe bene non ripetere questo errore scientifico (e tragico) del XX secolo.
 
Qualcuno nega l’esistenza delle razze perché tra un norvegese e un senegalese non c’è un salto, ma un digradare dalla colorazione della pelle, andando a nord a sud. Cionondimeno, dal punto di vista della gente normale, un norvegese è un bianco e un senegalese è un nero. Che poi questo abbia importanza o no è del tutto secondario.
 
I problemi cosiddetti “razziali” si hanno in qualunque società quando un gruppo di abitanti sia sentito come “diverso” dalla maggioranza. La differenza può essere il colore della pelle, la religione, o perfino soltanto la lingua (come in Belgio): ciò che conta è che si possa distinguere un “loro” e un “noi”. (…)
 
La conclusione è che, dove ci sono gruppi minoritari, si ha un problema, almeno finché non si abbia (quando si ha) una totale integrazione. I nipoti dei (…) [meridionali emigrati] a Torino, sono dei torinesi come gli altri, perché sono partiti come bianchi fra i bianchi, cattolici fra cattolici, italiani fra italiani. Mentre in Francia i magrebini musulmani, anche se francesi di nazionalità, rimangono degli “Arabes”, e sono sentiti come “diversi”.
 
Il problema dei gruppi a volte si risolve col tempo (Torino), a volte non si risolve nemmeno molti decenni dopo (Francia e Stati Uniti). Questo significa che la vera risposta è evitare che il problema sorga. I rumeni che immigrano in Italia sono bianchi, cristiani, e fieri della loro lingua neolatina. I loro figli e nipoti saranno italiani come gli altri. Ma i figli e i nipoti dei senegalesi rimarranno diversi e questo costituirà un problema, anche per loro.
 
La risposta morale e culturale è bella e desiderabile, ma non tutti sono disposti a darla e comunque funziona – quando funziona – dopo molti decenni. Né vale di più la risposta legale. Dichiarare tutti i cittadini uguali dinanzi alla legge conta poco, quando ci si presenta per prendere in locazione una casa. Perché se la nostra faccia non piace al proprietario, nessuno può obbligarlo a darci la chiave dell’appartamento.
 
Inoltre, finché il gruppo allogeno rimane piccolo, le discriminazioni sono odiose ma non turbano l’ordine sociale. Quando invece il gruppo allogeno diviene notevole (dicono: quando supera l’8%) la maggioranza – come spesso avviene composta da stupidi – si sente in pericolo e si possono verificare episodi di violenza criminale. Si pensi al Ku Klux Klan. (…)
 
Chi non vuole tenerne conto, preferisce l’ideale e dice che tutti gli uomini sono fratelli. Il messaggio della realtà è invece che ogni gruppo minoritario inassimilabile prima o poi crea un problema insolubile. >>
 
GIANNI PARDO
 


(Link=http://giannip.myblog.it/2018/01/17/il-razzismo-e-la-natura-umana/ + http://giannip.myblog.it/2018/02/05/il-razzismo-inevitabile/)


mercoledì 21 marzo 2018

Le trappole della mente economica

L’intervista virtuale di oggi ha come vittima lo psicologo cognitivista Paolo Legrenzi, con cui parleremo dei meccanismi che governano la gestione dei nostri soldi.
Scopriremo così che le emozioni diventano paralizzanti quando ci sono di mezzo i nostri sudati risparmi e che evitare le perdite può portare a scelte più paradossali che puntare al guadagno. Lumen  


LUMEN – Buongiorno professore. Uno dei vostri saggi più noti si intitola, provocatoriamente, “Perché gestiamo male i nostri risparmi”. Come mai questo vi siete dedicato a argomento ?
LEGRENZI - Ho scritto questo libro perché oggi investire bene i propri risparmi è molto più decisivo che in passato. Quando i redditi crescevano ogni anno, sbagliare un investimento era tutto sommato poco importante. Ora che andiamo verso un periodo di redditi sempre più bassi, aumenta la quota di ricchezza dovuta ai risparmi, che vanno gestiti con grande saggezza. Ma farlo, per come è fatta la nostra testa, è molto difficile.
 
LUMEN – Perché ? 
LIGRENZI – Perché i meccanismi del cervello umano non sono adatti alla gestione previdente dei risparmi. Sentimenti ed emozioni (come la paura o il dolore), utilissimi in altri campi d'azione (e che hanno portato a potenti vantaggi evolutivi per la nostra specie), quando ci sono i soldi in ballo diventano paralizzanti.
 
LUMEN – E dunque ? 
LIGRENZI – Occorre procurarsi una buona "educazione finanziaria", che non consiste tanto nell'apprendere una serie di cognizioni tecniche, ma piuttosto nel capire come lavora la nostra mente, quali "distorsioni cognitive" produce, e come è possibile correggerle.

LUMEN – Ma perché accade questo ?
LIGRENZI - Da quando l'uomo esiste ha sempre cercato di ridurre il ruolo che nella vita giocano fattori come il caso o l'incertezza. Nelle società antiche, questa funzione spettava a sciamani, indovini, oracoli, aruspici.
 
LUMEN – Buoni quelli ! 
LIGRENZI – Ovviamente, da allora abbiamo fatto parecchi progressi, per esempio con le assicurazioni, che sono uno strumento studiato per ridurre l'impatto di eventi naturali disastrosi; inoltre abbiamo imparato a misurare l'incertezza, trasformandola in rischio calcolato. Però l'uomo, che in tanti frangenti tende a sottostimare l'incerto, in campo finanziario vorrebbe eliminarlo del tutto.
 
LUMEN – Purtroppo caso e incertezza non si possono abolire. 
LEGRENZI - Ovviamente no. Ma, soprattutto, abbiamo introdotto forme di incertezza nuove e artificiali. Una di queste sono proprio i mercati finanziari, di cui è impossibile prevedere gli andamenti futuri. Ecco un bel paradosso: il risparmiatore è uno che tenta di sfuggire all'incertezza del futuro, e per farlo si affida a qualcosa di incerto.
 
LUMEN – Non male. Quindi, secondo voi, quando dobbiamo decidere dei nostri soldi agiamo in preda all'emotività invece che secondo razionalità ? 
LEGRENZI – Esatto. Un passo avanti decisivo ce lo ha fatto fare Daniel Kanehman, quando ha dimostrato l'asimmetria tra perdite e guadagni. Le prime provocano un dolore che è molto superiore alla gioia che viene dai secondi. Per questa scoperta ha vinto il Nobel per l'Economia nel 2002. E oggi in molte università si insegna l'Economia comportamentale, che tiene conto delle scelte derivate da queste emozioni, e si basa molto meno sulla teoria dell'individuo razionale che decide unicamente in base al calcolo di convenienza.
 
LUMEN - Quali sono le conseguenze pratiche delle scoperte di Kanehman? 
LEGRENZI - Abbiamo finalmente capito che quando ci occupiamo di risparmi, il primo obiettivo è cercare di evitare le perdite, più che guadagnare. Ma anche qui abbiamo conseguenze paradossali: molte persone investono in titoli di stato "sicuri", americani o tedeschi, che hanno redimenti reali (al netto dell'inflazione) negativi. Cioè, per evitare il rischio di perdite maggiori, si accetta una perdita sicura.
 
LUMEN – Ma, oltre al "dolore per la perdita", un ruolo molto importante è giocato anche dalla paura. 
LEGRENZI – Certamente. Si tratta di un'emozione importantissima nella nostra storia evolutiva. Ci ha aiutato e ci aiuta a stare lontano dai pericoli, ci mette in guardia da errori che potrebbero essersi fatali. Ma nel campo che stiamo trattando, invece, è proprio la paura che ci fa sbagliare.
 
LUMEN – Per esempio ? 
LEGRENZI - Per esempio tiene i risparmiatori lontano dai mercati azionari quando le quotazioni scendono, invece quello è un momento pieno di buone occasioni, e sarebbe opportuno comprare. Dovremmo invece avere paura quando le azioni salgono, ed è il momento di vendere. Proprio allora, al contrario, tutti corrono a comprare. E, si badi bene, solo nel campo della finanza facciamo così. Negli altri casi, se i prezzi dei vestiti o dei telefonini scendono, acquistiamo più volentieri.
 
LUMEN – E’ curioso, in effetti. Ma c'è un modo per difenderci dai nostri errori cognitivi ? LEGRENZI - Dovremmo accettare l'idea di affidare i nostri soldi ai gestori professionisti. Tra l'altro, noi italiani, in questo, siamo molto più diffidenti degli altri popoli. Abbiamo un patrimonio di novemila miliardi. Ben due terzi sono immobili, case. Dei tremila miliardi rimanenti solo 1.200 sono gestiti, tutto il resto è fai da te.
 
LUMEN – Secondo voi, professore, perché siamo così riluttanti di fronte ai consigli degli esperti ? 
LEGRENZI - La questione fondamentale è che la diversificazione dell'investimento, cioè quello che sarebbe giusto fare, è una nozione contro-intuitiva. Va cioè contro il nostro istinto e la nostra esperienza in tutti gli altri campi. Esempio: se mi chiedete un consiglio su un ristorante a Venezia, io vi indico un locale dove sono andato più volte e mi sono sempre trovato bene. Mi prendereste per pazzo se vi dicessi: provateli un po' tutti e alla fine vedrete che sono più quelli buoni che quelli cattivi. Eppure è proprio così che agisce un buon consulente finanziario. Ripartisce il rischio e investe i fondi che gestisce in tanti settori economici e luoghi diversi. Questi però sono perfettamente sconosciuti al risparmiatore, che ne diffida, perché vorrebbe ricorrere solo a strumenti "noti" e vicini", magari titoli di stato italiani. Concentrando tutta la scommessa su un unico tavolo, però, si rischia molto di più.
 
LUMEN – Quindi, il gestore professionista agisce meglio perché i soldi non sono suoi ed è meno coinvolto emotivamente ? 
LEGRENZI – Direi di sì. L'atteggiamento giusto nei confronti dei miei risparmi investiti, dovrebbe essere proprio questo: dimenticarmene, lasciarli dove sono incurante degli alti e bassi dei mercati, e fidarmi di chi me li amministra. Ma avere tanto distacco verso i propri soldi va contro la nostra natura. La comprensione di questi meccanismi sarà fondamentale nei prossimi decenni.
 
LUMEN – Lo immagino. 
LEGRENZI - Se ne parla molto, ma è ancora drammaticamente sottostimato quanto saranno più poveri i nostri figli rispetto a noi. Per questo è decisivo che imparino ad amministrare bene quella parte di ricchezza che viene dal risparmio. 

LUMEN – Grazie professore, per l’interessante chiacchierata. 
LEGRENZI – Grazie e voi.


(Link:http://www.repubblica.it/cultura/2013/06/20/news/la_matematica_della_paura_perch_risparmiare_ci_manda_in_tilt-61501741/)

mercoledì 14 marzo 2018

L’inefficienza della democrazia

La democrazia è considerata, quasi universalmente, come il sistema più desiderabile per la convivenza umana.
Secondo alcuni, però, questo avverrebbe non per la sua particolare efficienza, ma, paradossalmente, per il suo opposto: cioè perché favorisce la diffusione di tanti diversi centri decisionali, anche sovrapponibili ed in contrasto tra loro.
Ecco alcune considerazioni in merito, tratte dal blog de “Il Pedante”. Lumen
 


<< Se la democrazia si realizza nella disseminazione non solo dei poteri decisionali, ma anche del benessere, del risparmio e della proprietà (Cost. art. 47), non può stupire che il suo recente declino si sia accompagnato a innovazioni politiche, giuridiche ed economiche attivamente tese a promuovere un maggior grado di concentrazione. La tendenza riguarda tutti i settori, esprimendosi ad esempio in campo economico come concentrazione dei capitali, già caposaldo dell'analisi marxiana. 

Gli esercizi commerciali diventano franchising di catene internazionali, i marchi storici finiscono in pancia alle corporation, le banche si aggregano, gli operatori di servizi e le aziende di Stato arricchiscono il portafoglio dei grandi investitori, le compagini azionarie e le sedi legali migrano da una giurisdizione all’altra, impercettibili al fisco, onnipresenti al consumatore e ai listini di borsa. 

Il tutto tra il plauso e l’incentivo del legislatore, che immemore del «Too Big to Fail» si vanta di promuovere l’«efficientamento» e le «economie di scala». (…) E si osserva che nella retorica politica e giornalistica più vulgata, la concentrazione non appaia mai come una piaga a cui metter freno per proteggere i diritti della democrazia, ma sia anzi programmatica e auspicata.

L'idea che la disseminazione delle responsabilità e degli ostacoli all'esercizio di un potere garantiscano la sicurezza e i diritti di tutti è un principio fondante della democrazia, la quale allarga la base dei poteri intrecciando «pesi e contrappesi», organi di vigilanza, collegi giudicanti e legislativi, commissioni, articolate gerarchie di comando ecc. e coinvolgendo periodicamente l'intera cittadinanza nella nomina di chi la amministra. 

Non è assolutamente un caso che in anni recenti le garanzie della diffusione dei poteri decisionali e del loro costo siano esplicitamente demonizzate dai teorici, commentatori e protagonisti più accreditati e vocali del «riformismo» politico. Né che seguano gli appelli a «tagliare i costi della politica», rimuovere «lacci e lacciuoli», diminuire i parlamentari, sopprimere organi politici come province e Senato, snellire ulteriormente i processi legislativi, «dis-intermediare» i rapporti di lavoro ecc. Tutto serve a consegnare più poteri a un numero più ristretto di decisori. (…) 

[Inoltre,] il trasferimento ai vertici di poteri e sostanze cerca il consenso della base che ne è deprivata, e quasi sempre lo trova. Il costo della concentrazione, specialmente nel suo costituirsi, finisce così per essere in massima parte sostenuto da chi è destinato a subirne gli effetti. (…) 

E se è teoricamente possibile - ma empiricamente poco plausibile - che una forte concentrazione di poteri produca oggi il massimo beneficio per chi vi è soggetto, nulla garantisce che domani, o in circostanze diverse, il suo abuso non annulli quel beneficio introducendo problemi più seri e più difficili da revocare. 

La valutazione richiede però uno sguardo programmatico che manca a un pubblico accecato dall'orizzonte breve dell'emergenza, del «fate presto» e del pericolo politico, finanziario, terroristico, sanitario, mediatico, fascista, eccetera che incombe, tanto incline a dare carta bianca ai forti e a proiettarvi il proprio bisogno di un «mondo giusto», quanto spaventato, se non incattivito, dalla presunta inadeguatezza dei deboli nel far fronte alle minacce del momento. Spaventato, cioè, da se stesso, dal popolo anonimo e diffuso, e dalla libertà dei suoi membri. E, quindi, dalla democrazia. 

E poiché nulla è nuovo sotto il sole, l'illusione di un'emergenza perpetua suggerisce l'esigenza di una altrettanto perpetua legge marziale, la smania di consegnarsi bendati a un Goffredo da Buglione. La questione è tutta di metodo, sicché le discussioni di merito servono solo ad annacquarla. 

Sarebbe profondamente sciocco dilungarsi - come purtroppo accade - sulla maggiore o minore propensione di agenzie nazionali e sovranazionali, banchieri, grandi investitori, multinazionali del farmaco e dell'industria, colossi del web e monopolisti ad abusare degli enormi poteri che stiamo accumulando nelle ristrette consorterie di chi li dirige, sulla loro buona o cattiva fede, su quanto siano galantuomini, sinceri o privi di scrupoli, su quali crimini possano commettere avvalendosi di quei poteri e fin dove siano disposti a spingersi per realizzare un vantaggio privato a scapito di quello generale. 

Ciò non ha alcuna importanza. (…) L'unica posizione ragionevole è che quel potenziale non deve neanche esistere e che le libertà e i poteri diffusi, o quel che ne resta, devono essere difesi coi denti perché sia negata la possibilità dell'abuso. Gli eventuali «buoni» [di oggi] saranno i «cattivi» di domani, i decisori di cui ci fidiamo cederanno il posto ad altri decisori, gli azionisti ad altri azionisti, «le sinistre» a «le destre» e viceversa. Se non sappiamo chi e come adopererà le armi che stiamo conferendo in un solo arsenale, abbiamo però una certezza: che non le riavremo più indietro quando ne subiremo i colpi. (…) 

Il discorso sulla concentrazione è un caso lampante di ripetizione dell'ovvio. Perché i suoi pericoli sono già tutti nella definizione di democrazia, nell'applicazione dell'aritmetica alle masse di uomini e capitali e nella serie ormai lunga dei suoi fallimenti storici e delle sue promesse mancate. (…) 

Perché in effetti non c'è quasi problema in cui non si affacci un aumento della concentrazione: dal trasferimento delle sovranità nazionali alla Commissione di un superstato continentale solo nominalmente democratico, all'umiliazione dei governi locali ridotti a funzionari, intermediari, esattori; dal trionfo dei gruppi industriali transnazionali che divorano le produzioni locali e dettano le regole del lavoro e del consumo, alle fusioni bancarie con l'abolizione del voto diffuso e cooperativo e la creazione di gruppi facili da vendere, impossibili da controllare; dal progressivo coagulo di monopoli privati nei servizi pubblici alla formazione di fondi finanziari in grado di comprare tutto, anche le politiche degli Stati . 

E ancora: il transito di dati pubblici e privati sulle piattaforme digitali di pochi e onnipotenti operatori, la compulsione alla «smaterializzazione» e il conseguente trasferimento di tutte le informazioni, anche sensibili, anche strategiche, anche determinanti per il governo pubblico, nei canali telematici e sui sistemi di una manciata di imprenditori privati, la digitalizzazione coatta dei pagamenti, la sorveglianza telematica globale, il delirio distopico delle «città smart». (…) 

La concentrazione è un fattore intrinseco di instabilità. Sia pure in regime di buona fede - qualsiasi cosa voglia dire - basta un errore per produrre effetti abnormi, che si riverberano e si alimentano nella sterminata platea dei soggetti. E poiché gli errori li abbiamo sempre commessi e continueremo a commetterli, la concentrazione non genera colossi “Too Big To Fail” ma la garanzia di una “failure” universale senza nicchie di scampo, senza reti di riserva, a cui affidare la tenuta del sistema. >> 

IL PEDANTE
 


(Link: http://ilpedante.org/post/il-punto-della-concentrazione)

mercoledì 7 marzo 2018

Il genio di Darwin – 2

(Continua la pubblicazione di alcuni stralci del libro “Perché non possiamo non dirci darwinisti” di Edoardo Boncinelli” - seconda parte. Lumen)  


<< Poiché si sta parlando di una spiegazione scientifica e della ricostruzione storica di una serie di eventi naturali, appare fondamentale chiedersi fin dall'inizio che cosa ci sia veramente da chiarire. Ovvero, che cosa deve mostrare e dimostrare una teoria dell'evoluzione che aspiri a un minimo di scientificità.
 
Non c'è niente in biologia che non abbia attraversato un processo evolutivo e tutto ciò va illustrato e spiegato. È chiaro però che alcuni aspetti di questo complesso di eventi ci colpiscono di più e si presentano più difficili da comprendere.
 
Occorre dare ragione di almeno tre osservazioni fondamentali che io metto in un ordine che non è quello consueto: l'incredibile diversità e varietà dei viventi, la loro presenza in ogni più impervia plaga della Terra, il notevole livello di adattamento al loro proprio ambiente che sembrano mostrare gli individui appartenenti alla maggior parte delle specie. 

Esiste poi un terzo aspetto della questione molto meno oggettivabile degli altri due, ma invariabilmente presente nei nostri pensieri e nella nostra concezione delle forme viventi, in virtù della nostra biologia e della nostra storia: la maggior parte delle forme viventi alle quali istintivamente pensiamo ci appaiono adatte e quindi adattate all'ambiente nel quale vivono.
 
Un organo, una struttura o un comportamento si possono dire adattati a una determinata caratteristica ambientale se sembrano progettati per sfruttarne in qualche misura la specificità o per sfuggirne le insidie.
 
L'occhio del gufo è adattato al suo stile di vita e di caccia notturne, le zampe dei trampolieri sono adattate alla natura delle acque basse e limacciose in cui vivono, la forma generale del corpo e la pelliccia della foca sono adattate alla sua vita nelle acque dei mari polari e la struttura e la fisiologia di un cactus sono adattate alle condizioni di elevata temperatura e di ridotta umidità delle zone desertiche. E se questo è vero, va certamente spiegato.
 
Il problema è che si pone di solito un'enfasi eccessiva e spesso affettata su questo particolare aspetto della vita. C'è tutta una letteratura incentrata sulle «mirabilie» della natura e sulle sue «miracolose» proprietà. Secondo questa concezione la natura sarebbe un'opera perfetta e meravigliosa, necessariamente posta in essere da una Potenza Superiore. «Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, non fu mai vestito come uno di loro» (Matteo 6, 28-29).
 
Anche chi non ha una dichiarata fede religiosa resta affascinato e rapito da tutta una serie di proprietà biologiche che «sembrano fatte apposta» per raggiungere un certo scopo, come la lingua del formichiere, perfetta per tirar su le formiche da un formicaio, o come la coda del castoro, robusta e tozza quanto basta per spatolare e compattare il fango sulle dighe che costruisce per vivere.
 
Potremmo andare avanti all'infinito con esempi del genere — lo stesso Darwin ce ne ha indicati e «spiegati» moltissimi — e non c'è dubbio che molti studiosi si sono dedicati e si dedicano tutt'oggi alla biologia perché attratti da fenomeni del genere.
 
Il motivo per cui ho relegato tale problema solo al terzo posto della mia piccola graduatoria di cose da spiegare è piuttosto sottile e merita un approfondimento più avanti.
 
Qua ci basti dire che l'adattamento, tanto di un organo all'adempimento di una specifica funzione quanto di un intero organismo alla vita nell'ambiente nel quale si trova a vivere, non è una grandezza facilmente definibile e misurabile, in quanto frutto di una visione prepotentemente antropocentrica e indebitamente finalistica, che ci porta quasi invariabilmente a gravi errori logici che sono tipici più delle pseudoscienze che della scienza.
 
L'adattamento a un numero crescente di condizioni ambientali vecchie e nuove può a sua volta condurre all' innovazione biologica, cioè alla comparsa di tipi nuovi di organizzazione. Oltre a un'enorme espansione della diversità degli organismi, gli ultimi tre-quattro miliardi di anni hanno visto infatti la comparsa di sempre nuove forme di organizzazione della materia vivente, alcune delle quali sembrano mostrare una complessità crescente, anche se il fenomeno è molto difficile da definire da un punto di vista scientifico.
 
Sono state importanti innovazioni la comparsa di organismi Pluricellulari prima, dei Vertebrati poi e infine dei Mammiferi placentati, per fare solo qualche esempio. Quello della comparsa di organismi sempre più complessi è uno degli aspetti del processo evolutivo che ci colpiscono di più e spesso lo si assume erroneamente come l'essenza stessa, se non come il fine, dell'evoluzione.
 
La nostra psicologia ci porta poi a identificare la complessità con la somiglianza agli esseri umani e un aumento di complessità con l'acquisizione di tratti tipici della nostra specie. È una visione piuttosto semplicistica che finisce per privilegiare certi aspetti del processo evolutivo e trascurarne altri.
 
Se alcune linee evolutive procedono infatti verso forme viventi più complesse, moltissime altre appaiono ferme, tese a conservare e a perpetuare forme di organizzazione relativamente semplici originatesi magari più di tre miliardi di anni fa. Non bisogna dimenticare che i veri padroni del nostro pianeta, i vincitori indiscussi della lotta per l'esistenza, sono i batteri e le alghe elementari, organismi unicellulari che non mostrano neppure un nucleo cellulare ben distinto. >>

EDOARDO BONCINELLI
 

(continua)